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5 Giugno 2011
49a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Verità, annuncio e autenticità di vita nell'era digitale >>

 Un gruppo di giovani sorridenti, incamminati insieme verso una stessa meta, e sotto la manina ormai a tutti familiare che "clicca" su "Parteciperò", proprio come avviene nei social network quando si vuole esprimere la propria intenzione di esser parte di un evento che ci sta a cuore.

Un'immagine che domenica prossima, solennità dell'Ascensione, vedremo campeggiare in tutte le parrocchie del nostro Paese per celebrare la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che avrà per tema "Verità, annuncio e autenticità di vita nell'era digitale".

 Nel folder che è stato inviato (e che qui trovate in allegato, insieme al manifesto) ci sono il messaggio di Bendetto XVI (reso noto lo scorso 24 gennaio, per la festa di San Francesco di Sales) e due brevi riflessioni a firma di mons. Domenico Pompili, Direttore dell'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, e di don Ivan Maffeis, Vicedirettore.

Il folder
Il manifesto

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
PER LA 44a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI >>
  

Cultura: intervista allo scrittore Denis Tillinac

  Fede: educazione sentimentale cercasi >>

Chertres - Annunciazione - Vetrata «Nella propria gestione temporale, la Chiesa ha sempre pensato che, per permettere di accedere all’invisibile, l’uomo ha bisogno di tutte le forme della propria sensibilità. Il bello, il me­raviglioso, la sorpresa, lo stupore. O­gni credente ha una propria geogra­fia intima in cui le chiese giocano un grande ruolo, con le loro penombre, la luce speciale delle vetrate, l’ico­nografia, il bagliore rosso del Santo Sacramento in fondo a una cappel­la. Tutto ciò concorre a trasmettere uno stato di religiosità la quale, pur non corrispondendo alla fede, può nutrirla». ... 

Chartres: La Cattedrale vista dai campi di grano 
In alto... Annunciazione... Vetrata della cattedrale
 

  Riduci

E il gesuita creò il link. È merito suo se navigate in Internet
Roberto Busa ha conosciuto sette papi: dava del tu a Luciani, suo compagno in seminario. "Nel '49 andai dal fondatore dell’Ibm a New York e gli chiesi l’impossibile"
Ora che sta per compiere 97 anni, l’uomo che insegnò ai computer l’arte della scrittura non è più capace di ragionare in frazioni di millisecondo. A ogni domanda si porta le mani giunte davanti alla bocca, guarda verso l’infinito, medita a lungo. Ma la sua mente obbedisce ancora al linguaggio binario, perché articola ogni risposta per punti, dicendo «primo», poi «secondo», mai «terzo», e intanto conta sulle dita partendo dal mignolo per arrivare al pollice, come fanno gli americani. Non c’è una parola, fra quelle che gli escono dalle labbra, che sia superflua o pronunciata a casaccio....>>

6 Novembre - RELIGIONE Riduci

Martini: così la fede rinasce nella notte >>

Martini: così la fede rinasce nella notte
Queste parole mi fanno sempre molta impressione, perché non mi è mai capitato di dire: «La mia anima è triste fino alla morte»; ci sono stati momenti di tristezza, ma proprio di essere schiacciato, di essere stritolato non mi è mai successo. Penso quindi che a Gesù sia accaduto qualcosa di terribile. Che cosa sarà stato? Probabilmente la previsione imminente della passione; forse Gesù non sapeva tutti i particolari, ma sapeva che gli uomini ce l’avevano con lui, volevano eliminarlo nella maniera più crudele possibile. Sapeva di essere in mano a uomini cattivi: questo è già un motivo di paura e di angoscia. Ma poi probabilmente sentiva su di sé tutta l’ingiustizia del mondo e questo è qualcosa che non si può sopportare; l’ingiustizia del mondo che si esprime nelle guerre, nelle carestie, nelle oppressioni, nelle forme di schiavitù, che è immensa e percorre tutta la storia. E quando noi ci fermiamo a considerare questa ingiustizia, siamo come senza fiato, siamo schiacciati.

Però Gesù ha voluto essere quasi schiacciato da queste cose per poterle prendere su di sé. Quindi dobbiamo dire che da una parte le ingiustizie del mondo, della storia, della storia della Chiesa ci fanno soffrire, ma che insieme siamo certi che Gesù le ha accolte in sé, e quindi le ha riscattate. Non sappiamo come, ma questa è una certezza che ci deve accompagnare, e ci deve accompagnare in tutte le notti della sofferenza, del dolore, quando uno si trova di fronte a una notizia che lo riguarda e che è infausta. Per esempio un tumore, pochi mesi di vita. Allora succede come una sorta di ribellione, di non accettazione. C’è una lotta interiore. Notte della sofferenza, notte della fede in cui non si sente più la presenza di Dio. Questo è molto duro, soprattutto quando si è impegnati.

Notte della fede per cui sono passati san Giovanni della Croce e, recentemente, Madre Teresa di Calcutta, la quale diceva che fino a verso i cinquant’anni le pareva che Dio le fosse vicino, poi più niente. Avendola conosciuta, vedevo questo suo rigore, questa sua fedeltà, questa sua tensione, ma non immaginavo che dietro ci fosse il buio completo sull’esistenza di Dio, del Dio rimuneratore. Anche santa Teresa di Gesù Bambino è passata per questa notte. Possiamo dire che tutte queste notti sono riassunte nella notte del Getsèmani e in essa Gesù riceve tutte le nostre ingiustizie e le fa sue, le accoglie per poterle offrire e purificarle. Questa è una prima immagine che vi lascio.
Una seconda immagine è quella della tomba. Che cosa sia avvenuto il giorno di Pasqua, noi non lo sappiamo. La liturgia romana dice: «Beata notte, che non hai saputo il giorno e l’ora»; e noi non sappiamo niente, nessuno è stato presente, nessuno ce l’ha raccontato; però possiamo immaginarne le conseguenze.

Lo descriverei così: un grande scoppio di luce, di pace e di gioia nella notte della tomba. Scoppio di luce, di pace e di gioia che è potenza dello Spirito, che prende prima di tutto il corpo di Gesù e lo vivifica, lo rende capace di essere intercessione per il mondo. Ma poi continua in ciascuno dei viventi suscitando in lui le disposizioni di Gesù. Mi pare quindi che sia troppo riduttivo dire: lo Spirito Santo è il segno dell’amore di Dio per me. Lo Spirito Santo è segno delle scelte di Gesù fatte mie. È quella forza, quel dinamismo, quella capacità di amare il povero, di amare il sofferente, di amare colui che si trova in situazione di ingiustizia perché così lo Spirito compie la sua opera. E noi possiamo dire che quest’opera si compie sempre quando Gesù dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,26). Vuol dire la sua presenza anche con il suo Spirito, con la sua capacità di vedere le cose, di reagire alle cose, di giudicare le cose.

Certo, occorre per questo un grande spirito di fede, perché molta gente dirà: «Io non vedo niente, io vedo le cose andare di male in peggio». Occorre l’occhio della fede per leggere negli eventi miei e intorno a me questa presenza dello Spirito Santo che costruisce il mondo nuovo, la Gerusalemme celeste, che non è una città nel cielo separata da qui, ma una città che viene dal cielo, cioè dalla forza di Dio e trasforma tutti i rapporti di questa terra.

Nessuno meglio di Teilhard de Chardin ha descritto questa Gerusalemme celeste in cui vedeva appunto il termine finale, il punto omega della redenzione nel Cristo, dove tutta l’umanità era riunita e salvata, una e trasparente gli uni agli altri, e tutti noi verso Dio. Occorre tenere presente questo fine della storia, perché altrimenti siamo banalizzati dalle vicende quotidiane, oppure siamo sofferenti quando ci sono grandi calamità e non abbiamo nessuna chiave per interpretarle. E questa che vi ho detto non è una chiave logica, è una chiave mistica spirituale data dallo Spirito Santo: cercare di vedere in tutto l’azione dello Spirito che opera incessantemente.
 
Carlo Maria Martini
© riproduzione riservata
 

La leggenda del santo costruttore Riduci

24 ottobre 2010 -  L'EVENTO:  Gaudí, Nella Sagrada Familia catechesi in pietra  

Nel 1977 Etsuro Sotoo era un giovane insegnante d’arte a Kyoto che sentiva il richiamo dell’arte stessa più che della sua didattica. «Il richiamo della pietra», dice lui. Piantò tutto e venne in Europa a far lo scultore. A Barcellona, imbattersi nella Sagrada Familia e rimanerne calamitato fu un tutt’uno. «Voglio fare lo scultore qui».

Con tenacia orientale cercò l’accesso e si ritrovò davanti all’architetto Puig i Boada, uno dei direttori del cantiere, che lo ascoltò e gli disse: «Scolpisca una foglia di nespolo». Solo una foglia? Gli sembrava un esame fin troppo banale, ma la commissione restò convinta. Quella foglia… sembrava fatta da Gaudí stesso. Non era imitazione, né falso, né piaggeria. Era sintonia. Da allora Sotoo ha completato molte parti in profondo accordo con il maestro.

Quarantatré anni dedicò Antoni Gaudí alla Sagrada Familia, dal 1883 al 1926, come i costruttori delle grandi cattedrali, in maniera sempre più intensa ed esclusiva, fino a trasferirsi dentro al cantiere. Alla sua morte era conclusa la cripta e qualche torre, ma egli vedeva l’immensa opera nei dettagli. Una soleggiata mattina d’inverno gli chiesero di spiegare il progetto e Gaudí descrisse a lungo ogni particolare con i relativi significati.

«Desideriamo che l’insieme del tempio sia un vero e proprio simbolo, un’opera d’arte in sintonia con l’epoca in cui viviamo… All’esterno mostrerà immagini apologetiche e catechetiche, per introdurre i fedeli alla contemplazione del mondo soprannaturale rappresentato all’interno». Le sue parole erano l’esposizione di ciò che ora vediamo nelle parti finite.

Ecco come delineava la facciata della Gloria, quella principale, che oggi non c’è ancora: «Poiché l’ideale supremo dell’uomo è la glorificazione di Dio, nella facciata si renderà onore alla Santissima Trinità, alla Sacra Famiglia, alle sue virtù e alla sua esemplarità nel lavoro. Saranno presentate tutte le verità di Fede, Speranza e Carità, e lo stato dell’anima dopo la morte, con il suo castigo o premio. Verranno raffigurate scene descritte nell’Apocalisse di san Giovanni… La facciata avrà un portico, le cui colonne mostreranno, nei capitelli, i doni dello Spirito Santo e i simboli delle virtù, mentre alla base saranno raffigurati i vizi opposti.

Sopra le cinque porte un fregio e, in aggetto nella parte centrale, i progenitori del genere umano, Adamo ed Eva. Al di sopra, san Giuseppe con Gesù adolescente rappresentati nel loro lavoro di falegnami, ricordo e glorificazione del lavoro umano della Sacra Famiglia. Nelle gallerie alte, a presiedere alla porta centrale, il gruppo di Cristo Nostro Signore, con gli strumenti della Passione, circondato da angeli, nel momento del giudizio delle anime».

E così avanti in un disegno immaginario che un giorno si vedrà solidificato in pietra. Gaudí era cosciente che il suo ingente monumento avrebbe richiesto tempi molto lunghi e l’intervento di architetti e artisti diversi in epoche di gusti e tecnologie diverse. Così non volle fissare le tecniche costruttive perché sapeva che i progressi futuri avrebbero suggerito soluzioni migliori. Ma per lo stesso motivo lasciò terminate certe parti fino alla minuzia perché servissero d’orientamento in tempi avvenire. Com’è stato. Nella Guerra civile furono distrutti i progetti.

Ci sono rimaste le sue parole, forse i suoi sogni. «Sull’altare maggiore – spiegava – si adorerà il Divino Crocifisso, dal cui braccio verticale uscirà una vite, a simboleggiare le parole di Cristo: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto; chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca". La vite formerà un baldacchino che sarà allo stesso tempo un lampadario. Cinquanta lampade penderanno da esso, a ricordo della frase del Salvatore: "Io sono la luce del mondo", come nel primitivo altare di san Giovanni in Laterano».

Oggi, con le navate concluse, è bellissimo sentire ancora la sua voce dinanzi a ciò che è stato costruito un secolo dopo: «Stiamo studiando il modo di imprimere agilità e permettere il passaggio della luce, ottenendo leggerezza tramite l’assenza di masse murarie, mediante un sistema di archi parabolici che conducono le spinte fino alle fondamenta… Il tempio sarà molto luminoso, con belle filtrazioni di luce, combinandosi quella che scenderà dalle alte torri con quella dei finestroni di cristallo».

Etsuro Sotoo riconosce con modestia qual è stata la chiave che ha permesso di proseguire l’opera senza un progetto: non tanto guardare Gaudí, ma guardare dove guardava Gaudí: «Unire struttura, funzionalità e simbolismo è uno dei segreti dell’opera di Gaudí che dobbiamo imparare. Nel mondo di oggi l’autentico simbolismo, quello che può dirigerci verso il nostro destino, è assente. Il simbolismo dà senso a tutti i materiali. Il disegno dei simboli è come la genetica: nel mondo c’è caos e Dio ha messo ordine. Il simbolismo è il linguaggio con cui Dio ci fa capire l’ordine delle cose». Rimettendo le mani dove le aveva messe Gaudí, aggiungendo sculture e ornamenti, Sotoo è approdato alla fede cattolica. Un suggello dell’immedesimazione col maestro.

da Avvenire.it >> 

per saperne di più: La leggenda del santo costruttore   >>  www.30giorni.it/it/articolo.asp


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